Dati biografici
|
Nato a Torino il 12 luglio 1906, da mamma Costanza (figlia dell’Eroe ungherese Francesco Mennyey, nel 1849 rifugiato a Torino con Kossuth), e da papà Giacinto (piemontese, nel 1870 a Roma allievo di Cesare Mariani, presidente dell’Accademia di San Luca). A Torino: allievo del pittore e acquafortista Mennyey a 13 anni e a 18 anni dello scultore Giovan Battista Alloati, con amicizie giovanili di Pippo Oriani e Beppe Levrero. Dal 1936 opera a Roma e si lega, con amicizia, a Carlo Socrate, Roberto Melli, Renato Guttuso, Mario Mafai, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Sebastiano Carta, giovanni Omiccioli, Attilio Torresini, Beppe Marzullo e con reciproca simpatia con Gino Severini, Giorgio De Chirico, Pericle Fazzini, Giulio Turcato, Nino Franchina. I molteplici viaggi in Italia e all’estero lo hanno condotto ad esperienze culturali diverse, offrendogli mondi nuovi d’ispirazione per le ricerche pittoriche sul paesaggio. Mostre principali: 1951, I Biennale d’arte marinara di Genova; Mostra dei Premi Roma; Mostra del Maggio di Bari. 1952, VI Quadriennale di Roma. 1953, Mostra pesonale alla Galleria "Il Camino" di Roma; I Mostra dei Premi Marzotto, Milano; I Mostra dell’Agricoltura di Roma; Exhibition of contemorary art di Winnipeg; Mostra della Rai, Roma. 1955, VII Quadriennale di Roma; CXII Promotrice di Belle Arti di Torino. 1959 II Rassegna delle Arti di Roma e del Lazio, Roma. 1961, III Rassegna delle Arti di Roma e del Lazio, Roma. 1963, IV Rassegna delle Arti di Roma e del Lazio, Roma. 1965, V Rassegna delle Arti di Roma e del Lazio, Roma. 1979, Mostra personale alla Galleria "San Marco " di Roma. 1979, Mostra personale alla Galleria "San Marco " di Roma. Suoi quadri figurano nei Musei Vaticani ed in altre importanti collezioni. Enrico Crispoldi ha scritto: "Caro Pier Demetrio, quel piacere della pittura, che non è soltanto una scomposta manualità, un figurare sommario e sbrigativamente grottesco come credono oggi certi giovanotti impovvisati nuovi pittori, sospinti da trovate critiche non meno improvvisate, quel piacere della pittura, voglio dire, che invece è godimento, libidine se vuoi, del concepire e realizzare in concreto la costruzione di una immagine su presupposti di consapevolezza strutturale e su distensioni e riconferme cromatiche appassionate, insomma quel piacere antico e moderno della pittura, del dipingere come esercizio di controllo e autocontrollo mentale, di distensione affettiva, e di sollecitazione e pienezza immaginativa e del fare, anche certo manuale, credo che giustifichi fin dall’inizio la tua volontà di pittore, il tuo pensare e comunicare sensitivamente ed emotivamente come pittore". Come scrittore, nel 1946, con Luigi Olivero, dà vita alla rivista mensile "Ël Tôr" che segue per un paio d’anni. Nel 1954 ha dato alle stampe una scelta antologica di aforismi, pensieri, massime, intitolata "Presentimenti e Illuminazioni" che Giuseppe De Luca ha salutato con queste parole: "Raramente una raccolta di brevi brani raggiunge tanta intensità, tanta efficacia. L’autore si rivela insieme un artista e un tecnico. Un’ampia, originale, estrosa introduzione illustra l’opera e ne enuncia scopi e criteri. Il Ferrero conosce da padrone la letteratura spirituale degli ultimi anni, se può spigolare con tanta facilità e opportunità pagine così ricche, e nello stesso tempo, così lievi e così agevoli." Nel 1958 pubblica dall’Editore Cappelli, con prefazione di Giancarlo Vigorelli, "Sette e altre foglie rosse" giunte all’ultima rosa del premio di Viareggio, e sul quale scrivono Diego Calcagno, Pero Cimatti, Furio Donaggio, Corrado Govoni, Renato Guttuso, Manlio Lupinacci, Vitulio Margaritelli, Valter Mauro, Gino Nogara, Luigi Oliviero, Felice Rossetti, Umberto Terracini, Giovan Battista Vicari, Cesare Zavattini. Dell’opera Vigorelli scrisse: "I ventun ritratti-ricordo di questa galleria preparano e protendono al ritratto sottaciuto del ritrattista e del memorialista; non soltanto in forza delle "corrispondenze" o delle "affinità" che il Ferrero stipula con i suoi personaggi richiamati dall’ombra della memoria, ma anche in rapporto a quella sottoscritta biografia morale che egli traccia qui di una Torino giovanile, gozzoniana, di artisti e di spiriti inquieti. Leggete i capitoli "Lo scultore", "Il Pittore", "Il Sofo", e non sarà difficile decifrare nomi e ambienti. C’è nell’aria una Torino dove ancora le figure del Graf, del Cena, del Theovez sono di casa." Nel 1987 pubblica "Pagine Aperte" di cui Zavattini ha detto: "Opera severa, moralmente seria, conferma una riflessività impegnata da sempre. Pensieri letterariamente fecilmente espressi. Libor umanistico che ruota intorno a principi e intuizioni con illuminazioni giustificate, sincere, colte, confortate su cose vissute. Valore singolare a conferma di predisposizione critica che singolarmente interpreta la vita e il mondo. Può inserirsi tra La Rochefoucauld per pessimismo, e le "Operette morali". Non c’è una riga che non rifletta serietà." Affetto da nomadismo magiario e da esigenze pittoriche, compirà i più vari e ripetuti itinerari. E conoscerà così tutta l’Italia con lunghe permanenze in gran parte d’Europa. Da Parigi a Vienna, da Londra a Praga, da Budapest ad Amsterdam. Da Granada a Cordova, e Siviglia sino a Costantinopoli ed a Marrakech. Si spegne a Roma il 21 Novembre 1990. |