Critiche

 

Dalla rivista d’arte a.b.c Anno IX-N.12 Dicembre 1940 a cura di Teresio Roveri

Pier Demetrio Ferrero non è un arraffatore di facili consensi, e neanche, come tanti altri del nostro tempo,si adatta alla faciloneria descrittiva o ai rebus cerebraloidi che consentono d’incidere sugli osservatori profani imbottiti dai parrucconi della cosiddetta critica d’arte. Per questo appartatissimo e silenzioso pittore l’arte non è mezzana né funambola, ma è tal cosa da conseguirsi attraverso a durissime prove, a quotidiani sacrifici, a rinunce e ad assalti eroici, a disagi fisici e a tormenti morali. “Ho dipinto- mi scriveva- un giorno con il vento che mi sollevava da terra, l’altro con una nebbia che mi impediva di vedere il cavalletto.”

Prescindendo dai risultati conseguiti, che vedremo più avanti, queste semplici linee danno la misura dell’artista, della sua dedizione verso l’arte prediletta, del superamento d’ogni ostacolo materiale davanti all’imperativo dell’arte. E se aggiungiamo queste atre parole sue: “E’ la difficoltà tecnica che si rende sempre più ardua; è questa terribile natura che si rende sempre più inafferrabile; sono questi ritratti che rimangono troppo tela e troppo telaio. E’ questa dell’atmosfera la ricerca più tormentosa: non l’impressione della luce, o di certi giochi di luce sulla natura, ma la profondità atmosferica sulla tela può forse essere la nostra ricerca ed il nostro  problema.”, noi sentiamo di trovarci davanti a un artista che, quale che sia la sua potenzialità, quali che siano le opere attuate, ha dell’arte della pittura un concetto e una coscienza che per molti sono andati smarriti.

I cenni biografici non presentono stranezze ed eccentricità per i ghiotti di aneddoti. Nato a Torino visse silenziosamente e operosamente, studiando e ed indagando tutto quanto ci può astrarre ed innalzare dalla piccoletta vita alle sfere spirituali. Un insopprimibile  senso di nomadismo, lo ha spinto a peregrinare ne’ i più bei luoghi d’Italia, dalla città eterna e dalla campagna romana a Venezia, dall’Emilia a Padova ,da Milano alla pievi alpestri del vecchio sano Piemonte, beandosi nella comunione con la natura, tormentandosi ed affinandosi nella contemplazione delle grandi opere del passato, sentendo in esse tutta la terribilità del confronto con la maggior parte di quelle d’oggi.

Viandante, or non è molto, nella città dogale, scriveva di tre opere di Tiziano (la Madonna d Cà Pesaro, l’Assunta in Santa Maria gloriosa de’ Frari, la Deposizione dell’Accademia): “Tutto il tremore della poesia più tormentata- tutto il fremere della musicalità più arcana- tutto il costrurre della architettura più soda- tutto l’indagare di pollice nella scultura più umana- tutto il palpito della luce, il vibrare dell’anima, l’irradiare dello spirito, tremano fremano costruiscono indagano palpitano vibrano si irradiano da quelle opere degne, e degne invero di cantare la gloria d’Iddio della donna dell’amore della pittura”. E diciamolo francamente: quanti dei tanti pitturatori di oggi si sono accostati con tale animo e tale comprensività ai nostri insuperati maestri? e aggiungiamo che se talvolta taluno di loro, in una salutare astrazione dalle formule e dagli alchimismi cosiddetti moderni o novecenteschi è percosso dalla luce dell’opera inimitabile, quel taluno non si sottrarrà all’ironia ed alla compassione dei colleghi saturati di uno dei tanti ismi dei quali è prolifica l’età nostra in fatto di arte.

Non è il caso, a proposito del Ferrrero , di fare una nuova disquisizione sull’autodidattismo. Basti stabilire che, scuola o no, ogni autentico artista è autodidatta, che né botteghe, né scuole, né accademie possono dare la luce dell’arte a chi non l’ha sortita da natura, ma possono unicamente potenziare e sviluppare quelle qualità congenite senza le quali non è possibile “cavare” i (prigioni),interpretare il (Miracolo di San Marco),o scrivere  (La Ginestra). Il Ferrero è in primo luogo allievo della natura per quanto riguarda il paesaggio. Per quanto riguarda la figura si è venuto formando frequentando per qualche tempo lo studio di Carlo Socrate, ritrattista e paesaggista sanamente moderno, nella Villa Strolfern a Roma; e come il maestro potrebbe dire che “la norma a cui si ispirano e forse si attagliano i miei quadri è un principio spirituale”. A Tiziano va la sua predilezione assoluta; Rembrandt e Velasquez  lo avvincono: il primo con la maestria dell’impasto pittorico, il secondo con la magia del colore; Corot e Fontanesi sono per lui elementi di seduzione.  Il neoclassicismo lo lascia indifferente chè la virtuosa esumazione dell’antico è elaborazione accademica e non creazione; così i quattro quinti della pittura storica ottocentesca; così la quasi totalità della produzione moderna. Cultore appassionato di storia dell’arte, visitatore assiduo di ogni luogo dell’arte in ogni angolo d’Italia –le sole Gallerie Torinesi l’han visto aggirarsi nelle loro sale certo più di un centinaio di volte,- raramente ha rotto la clausura. Infatti dal 1932 al 1938 ha partecipato solamente a cinque esposizioni. Primamente , nel 1932 alla XC Promotrice di Torino esponendovi Cavalli, Dintorni di Roma, e alla XXXIII Mostra degli Amici dell’Arte pure a Torino, nel 1933 e 1934 alla XCI  ed alla XCII Promotrice con Chiesa di Stupinigi e La strada di Tortona Voghera; infine nel 1938, all’VIII Sindacale di Roma con Ponte di Bussoleno e Isola Tiberina. E va da sé che, dato l’esiguo numero di opere esposte, la critica ufficiale si tacque consuetamente indaffarata nel turibolare i soliti quindici nomi quotati e a citare nominativamente i residui quaranta o cinquanta dai quali a volta a volta trarrà a sorte i canditati a rimpiazzare i vuoti. E bisogna riconoscere amaramente che questo silenzio della critica corrente costituisce per sé un elogio.

E del Ferrero, che quando si accinge a dipingere implora la natura di soggiogarlo e di renderlo tutt’uno con essa (invocazione che ricorda quella: Veritas deo fac me uno tecum in caritate perpetua dell’Imitazione), che alla fatica del dipingere si accinge come si prega alla sera e come si canta all’alba; che l’opera d’arte intende come un qualcosa di sovrumano serventesi dell’artista come mezzo, amo ancora citare un pensiero: “ Ma essenzialmente io penso sia da amarsi nel dipingere, ed io amo “, quel necessario, indispensabile appartarsi, isolarsi, chiudersi in noi stessi, soli a soli con la natura o con la forma umana; quel liberarsi insomma di tutto ciò che non sia nostro, esclusivamente nostro divagare, indagare, gioire, temporeggiare fra pensiero e modello, fra soggetto ed astrazione, fra realtà sfacciata e nuda e sogno ovattato, nebbioso, quasi torbido come caos prima del “Fiat Lux”.

E se la pittura non è giochetto da passatempo, o allettamento delle piccinerie mondane, o venalità bottegaia, ma bensì strumento di trasformazione e di creazione, di perpetuazione dell’attimo, un mezzo di spiritualizzazione della materia che si ingrani nel verbo creare, quella del Ferrero , quale che sia il suo valore, è pittura. Vediamo, ad esempio, fra i suoi molti paesaggi-- e dissi più volte nelle mie conversazioni d’arte come sia arduo accostarsi al paesaggio senza cadere nelle convenzionalità dei troppo numerosi cultori di esso paesaggio—Nebbia nei dintorni di Torino, Alberi nella nebbia, Febbraio nel saluzzese ,Marzo nel saluzzese , i  primi due datati 1934 i secondi 1939. Vi spira un’aria fontanesiana, non però un imitazione pedissequa. Si potrebbe che dinanzi a un albero sfrondato ergentesi  solo nella desolazione della campagna invernale, la stessa emotività abbia percorso i due animi: quello del grande e quello dell’ignoto, e che ambedue abbiano perpetuato sul cartone o sull’assicella  quello stato di grazia cui è possibile, se sorretto dalla padronanza degli strumenti, rendere attraverso il mistero del colore la tragedia silenziosa dell’albero nudo, l’angoscia del cielo plumbeo, il sonno grigio e mistico del campo. Questi quattro paesaggi non sono perfetti, non sono virtuosi, hanno forse qualche menda, purtano il “sentire” dell’artista si comunica a chi guarda, l’ansia del pittore è viva nell’albero, nel cielo, nel solco,nel casolare. Si sente che taglio, impasto cromatico, soggetto non sono convenzionali, non cercano l’effetto, ma sono tutt’uno con l’animo dell’artista.

Se la neve e la nebbia ispirano al Ferrero delicate sinfonie quale i due Neve a Torino e il Canale del fortino sotto la neve che formano un trittico che, oltre al dimostrare solide facoltà d’introspezione di quella che si potrebbe chiamare la psicologia del paesaggio, sono anche tre strofe intese a celebrare la Tori o periferica e a testimoniare come la città pedemontana non sia avara di soggetti a chi sa accostarsene con amore; anche le orgie solatie dei paesi rivieraschi appollaiati sulla spiaggia del mar Ligure o su quelle dei laghi romani trovano vive rispondenze nel suo animo e nella sua tavolozza.  Le quattro Visioni di Nettuno—datate 1937—vecchie rocche, stradicciuole anguste e invitanti, fornici controluce traverso i quali esplode la luminosità solare; oppure la Chiesa di Ventimiglia e La salita di Ventimiglia ,del 1938, dove domina quel candore abbagliante di intonaco caratteristico delle cittadine liguri, dicono tutte,quale più quale meno, la fede che informa l’arte del pittore, fede di artista e fede di credente, che l’aria, la luce, la chiesetta , il filare d’alberi sono interpretati dal Ferrero come motivi spirituali. E l’attento esame de’ suoi studi e quadri paesaggistici ci dice che sovente il conato si avvicina al vagheggiato e qualche volta raggiunge il conseguimento. Ancora della produzione paesaggistica si ha da ricordare la Neve a Cuneo del 1938, bella visione dei portici medievaleschi  della città possente e paziente; Nebbia ad Ostia mare del 1936, ardito, se pur modesto di proporzioni, pezzo di pittura dove la virtuosità esecutiva non soffoca l’anelito dello stato di grazia.

Fra i non molti ritratti eseguiti dal Ferrero, su tre particolarmente si ha da posar l’occhio. Anzitutto su quello dello storico saluzzese Monsignor Carlo Fedele Savio, eseguito nel 1939, che seguendo l’uso del buon tempo antico, reca l’epigrafe latina che ci piace trascrivere: N.H. Carolus Fidelis Savio- Eccl.Cath .Salutiarum. Can-Coronae Ital. Et O.E.S .Sep . Commend.- S.S Pii XII Cubicul. Subicul.Supran.- Biblioth.Civit. Salut. Praef.-Aet an. LXXXII 1939 – Quem Philos.Theol. et historiog.- Scripta Praedicant.-

La figura del vegliardo studioso è somaticamente e psicologicamente resa con una tecnica limpida che rivela nel pittore non indifferenti qualità di ritrattista. La sana figura del vecchio piemontese del dotto sacerdote è fermata sulla tela in una composta positura, semplicemente, senza aggeggi, e si stacca , solidamente costruita, sul fondale monocromo che sembra conferirle una spirituale serenità. 

Anche nella figura muliebre, l’artista torinese ha scritto qualche pagina degna di attenzione. Vedasi il Ritratto della moglie, acconciata alla foggia iberica, dall’ampio scollato, ben trattato nell’incarnato e nella tenuità del velo spagnolesco, opera dove il molto conseguito ci dà la misura della potenzialità del Ferrero.

Nell’Autoritratto, che si potrebbe definire boldineggiante , forse per l’abbigliamento un po’ mondano, malgrado l’espressione volitiva, il pittore ci convince meno.  Ma l’impressione, meramente soggettiva, non menoma i pregi tecnici del dipinto. Nell’ osservare questo autoritratto dove l’interpretazione psicologica contrasta alquanto con il cilindro più acconcio al tenore di grido che non al pittore, viene spontaneo l’attendersi dall’autore un’altra interpretazione di se stesso quale indubbiamente egli può darci, interpretazione dove l’architettura del viso non  sia menomata dal copricapo e dove l’espressione traduca più intimamente il sogno d’arte che lo affascina e  lo tormenta.

Mi sono limitato ad esaminare fra le molte cose del Ferrero, poche che mi sono parse fra le più significative. Non è il caso di ripetere i soliti pistolotti finali del molto che potrà fare, l’invito a superarsi e altre stereotipie convenzionali. Per un artista giovane, nel pieno della vita e delle forze, dotato di una tenace volontà che si accosta all'arte con un senso che ha del religioso, la strada, pur irta d’incognite, di sterpi, di rovi, non può che essere in ascesa. E penso che il Ferrero possa tradurre con la pittura, che è poesia che si vede, il verso che chiude il canto accorato di un randagio poeta piemontese: La strada è la ricchezza del viandante.


Una lunga avventura

A cura di Antonio del Guercio  su “le immagini” del 28/02/98

Era tempo davvero che la lunga e coerente vicenda pittorica di Pier Demetrio Ferrero fosse illustrata, sia pure per campionature, una pubblicazione organica, offerta a tutti coloro che ne conoscono i diversi aspetti, e capace anche, io credo, di attrarre l’interesse dei più giovani – oggi  non a caso (ne ho diversi segni come docente nelle scelte degli argomenti per le tesi di laurea) pronti ad un attraversamento storico-critico di quei decenni    dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, durante il quale Ferrero si forma, e apre e matura la propria ricerca.    E’ che in effetti che in Italia come per altri Paesi d’Europa, e come anche per gli Stati Uniti, la fase che raccoglie il secondo momento dell’arte fra le due guerre e il primissimo momento post- bellico, appare , oggi a distanza storica, assai  appassionante.  Vi hanno luogo molte avventure, in clima che, da una parte, è già di decisa posterità rispetto alle avanguardie storiche, e, dall’altra, è al riparo dagli aspetti retroguardanti, qualche volta anche retrivi, dei diversi “ritorni all’ordine” proposti in molti centri artistici agli inizi degli anni Venti. I fatti artistici di quella fase non a caso oggi più di ieri appaiono stimolanti: è che per una serie di ragioni complesse, dopo un lungo tempo di teorizzata “assenza” o “morte” del soggetto- artista, dopo una lunga stagione di prevaricazione della concettualità  progettante sull’avventura della ricerca espressiva, quel trentennio emerge, nel ricordo oppure- per i giovani- nella acquisizione di conoscenza, come un tempo di avventure, appunto, del soggetto- artista.

Un tempo, in altre parole, durante il quale sulle ortodossie estetiche, sulla fedeltà ai programmi teorici, prevalgono atteggiamenti più liberi e “impuri”, trasgressivi, fondati , per dirla con un vecchio motto francese, sull’idea di “ prendre son bien  où on le trouve”. Un tempo, in verità, che in quel suo fondamento di libera infedeltà agli assunti e di libera fedeltà, invece, al filo autonomo della vocazione del singolo artista, era stato avviato proprio da alcuni dei grandi protagonisti della fase delle avanguardie storiche: in primo luogo, Pablo Picasso, grande trasgressore delle regole stesse ch’egli aveva poderosamente contribuito ad elaborare.

Ripercorrere quei decenni – dal Morandi della prima maturità al Giocometti uscito dal surrealismo, dai tedeschi della “Nuova Oggettività” ai Precisionisti americani, e sino ai numerosi portatori, nel gran crogiuolo romano, di singolarità spiccate – Donghi e Melli, Fausto Pirandello e Cagli, Scipione e Mafai e Guttuso- significa andare all’incontro con dettati ricchi, certo, di riferimenti alle diverse popolarità della cultura artistica moderno- contemporanea, ma inflessi secondo curvature ribelli ad ogni grammatica forzosa. E anche se, dai romani che ho citato più distesamente di altri poiché sono stati coloro con i quali Ferrero ha avuto interlocuzione diretta, ci si volge ad esempio verso le ben diverse scelte compiute in Lombardia dagli artisti raccolti attorno alla Galleria IL  Milione, riesce difficile non scorgere entro il rigore di un Soldati o di un Licini i segni di liberissimi innesti: con la lezione della Metafisica in Soldati, con la lezione del Surrealismo in Licini.  E dentro l’area artistica romana, che egli raggiunge nel 1936, Ferrero agisce, e questo tratto ne caratterizza la presenza, come un attore e al tempo stesso come un testimone.

Un testimone, direi di gran qualità, perché assistito, nei suoi intensi contatti con i colleghi romani, da una fervida unione tra capacità di riconoscimento critico dei valori effettivi allora emergenti e calda convivialità,   disponibilità a quel tipo di dialogo confidenziale che poi è tanta parte della cultura reale dei pittori; ossia della reale circolazione d’idee da studio a studio, da gruppo a gruppo, da città a città nei viaggi come negli epistolari.    Ecco, direi che da questo punto di vista Pier Demetrio Ferrero si è mosso nella situazione romana con intelligenza che –è ovvio – è giovata innanzitutto a lui stesso, alla sua personale ricerca pittorica, ma che è giovata anche ai suoi interlocutori. Ne sono, di questo, io stesso buon testimone a mia volta, se solo penso a quanto Ferrero, con la sua convivialità appunto, abbia facilitato a me allora studente il contatto con l’ambiente artistico romano: non solo, o non tanto, il contatto diretto con le persone quanto il contatto con quella cultura reale dei pittori di cui dicevo, con quella circolazione d’idee da studio a studio, di cui Ferrero era attentissimo partecipe e, vorrei dire, appassionato comunicatore.

Questo testimone gioviale e attento era venuto a Roma come portatore già di un esperienza pittorica ben configurata. Si vedano qui, come Autoritratto del 1930, o Torino officine di lungodora del 1933, nelle opere anteriori al trasferimento a Roma i segni d’un linguaggio che recepisce, assieme alle emozioni vibratili che i Sei avevano apportato nella situazione artistica post- novecentesca, una lezione di rigore costruttivo della quale Torino era debitrice a Casorati. Insomma, in queste opere giovanili, vi è la ricerca di un punto d’incontro fra l’affidamento lirico alle suggestioni emozionali del luogo e del momento, direi quasi dell’ora e del tempo che fa, e una chiara impaginazione, una meditata organizzazione delle forme. Istante in fuga e ordine rigoroso della visione entrano dunque, sin da questa fase iniziale di Ferrero, in rapporto dialogico, in tensione sottile.    E questo equilibrio dinamico tra le due polarità si manifesta ancora a lungo negli anni Trenta (si veda, ad esempio, Trana: Osteria con Elena, del 1934, o Chioggia, Refugium peccatorum, del 1939), con una accentuata propensione, però, per la popolarità dell’istante in fuga e della forma sfioccata nella luce.  Sinchè, con l’inizio degli anni Quaranta (ma già in opere della fine degli anni Trenta, come Saluzzo: natura con bottiglia, del 1939,) direi che quasi di colpo la struttura si rafferma, e dà luogo, nel 1943, al cospicuo esito di Roma: ritratto di Elena, nel quale il residuo rapporto indiretto con l’eredità dell’impressionismo appare del tutto bruciato, e viene avanti -palese- una interrogazione ansiosa e trepida della lezione di Cézanne.  Quella, appunto, che Roberto Melli aveva mediato in Roma.

Di Roberto Melli ,io ho un ricordo commosso che non riesco a tener fuori dal discorso che qui svolgo, cosi tenacemente affettuosa era la maniera sua di accogliere un giovanissimo come io ero allora; con paziente intelligenza egli trasmetteva non solo informazioni sul tempo di avanguardia storica da lui vissuto con alcuni non dimenticabili apporti di pittura e di scultura, ma- non sembri strana qui l’espressione- una sorta di know-how; insomma, un metodo, un modo e di guardare le opere e di confrontare opere e programmi, sguardi e letture.  E dal tanto che io, non pittore, e davvero giovanissimo, potei ricavare dall’incontro con lui, immagino quale sia stata la sua capacità di dare contributi preziosi alle ricerche degli amici pittori che erano più tecnicamente interessati alla sua lezione. Perché – e anche questo desidero sottolineare, a fianco del discorso critico ma certo non lontano da esso- Roberto Melli è stato, fra gli artisti che ho avuto la fortuna d’incontrare, il più capace di entrare in rapporto con i pittori più giovani di lui; dando, si capisce, la sua idea dell’arte, ma in maniera non prevaricante, socratica quasi ne gusto e nella capacità di sollecitare l’altro a trovare se stesso più che non ripercorrere le vie ch’egli aveva già percorso.

Ora, la particolare mediazione alla lezione costruttiva di Cézanne attuata da Roberto Melli era fondata, tra l’altro, su una determinata accettazione, e una determinata accezione, del tonalismo;  come se l’alto magistero di Morandi, egli l’avesse accolto attraverso un filtro che ne sottraesse il dettato a una troppo effusiva o sfioccante incidenza della luce.

E il rapporto con Melli si componeva, nella ricerca di Ferrero, con tutto di arte romana, diramato, diversificato, difficile forse a condensare in una formula, ma bene evidente solo che se ne ripensino i protagonisti, delle diverse generazioni e dei diversi orientamenti. Sicchè, può intendersi come, ad esempio, il rapporto di amicizia e di stima con un pittore come Carlo Socrate fosse destinato tutt’altro che a rimanere esterno alla elaborazione della cultura figurativa che Ferrrero porta avanti. Né possono essere occasionali, ancora, certe consonanze con quella assorta precisione e nettezza che caratterizzava la pittura di Francesco Trombadori; o certe consonanze, pure, col dolcemente allucinato primitivismo di Francalancia.

E’ quel particolarissimo clima di cui parlo, così come viene a determinarsi dopo Scipione, e durante il corso felicissimo di Mafai, e i paesaggi romani di Levi e di Guttuso, dopo il momento nel quale (fu Guttuso a dirlo) Cagli, arrivando nella capitale,” svegliò i morti”—questo  particolarissimo clima eredita, e ora rifonde in unità, ora dirama in alternative opposte, una gran ricchezza.  Voglio qui solo accennare alla particolare partecipazione di Roma pittorica a quel fenomeno internazionale (non solo tedesco, insomma) che era stato il riarticolarsi figurativo del manichino metafisico di De Chirico; la cui traccia, di tempo bloccato, di mistero dell’ora, di “stranezza” celata nelle iconografie più semplici o banali, si ritrova assai diffusa in Roma. 

Aveva ragione Roberto Longhi a indicare molti anni fa la presenza, attorno a Donghi di una "Nuova Oggettività" romana; indicazione alla quale  aggiungerei quel dato, appunto, della riarticolazione figurativa della metafisica dechirichiana che del resto è ben netto anche nei tedeschi, in alcuni momenti di Otto Dix e di Georg Grosz , per non dire di Radziwill.

Ferrero, dunque, attraverso i sodalizi ch’egli avvia a Roma, e attraverso una attenta meditazione del largo ventaglio culturale che Roma gli offre, elabora il proprio linguaggio maturo.  Che così prende coloritura umana; anche se mai ha smesso di essere un pittore di radice piemontese: “di provenienza piemontese”; lo sottolineava, all’inizio degli anni Ottanta, un non professionale ma acuto e appassionato intenditore come Francesco Ingarao, il quale indicava la radice più lontana, appunto, del lavoro di Ferrero in Reycend e Fontanesi.  E scorre dunque lungo i decenni, a partire da quei nuovi avvii decisivi degli anni Quaranta, il lavoro di Ferrero: ritratti, nature morte, paesaggi. Una iconografia semplice e classica, priva d’ogni ricorso ad effetti scenici o eccentrici. Una iconografia davvero difficile, insomma, nella misura in cui non è sussidiata da elementi spettacolari, o concettualmente sofisticati, dietro i quali a volte, può celarsi una povertà formale. No, con questa iconografia semplice e classica, il pittore si offre pienamente al giudizio, alla valutazione, sul puro e nudo fondamento della invenzione di linguaggio di cui è capace.

A ripercorrere ora, entro una situazione quanto mutata rispetto al tempo nel quale Ferrero ebbe a formarsi, a Torino prima e poi nella sua prima fase romana, le sue opere sul filo ormai d’un cinquantennio e più di lavoro, tocca constatare che il suo intento egli lo ha raggiunto.

Ma prima ancora di avviare queste note verso la conclusione provvisoria che impone l’attività tuttora in corsa di questo pittore, credo che si debba far cenno anche di un paesaggio, che pure s’avverte nel suo lavoro a un certo momento: un passaggio—non senza relazione con la presenza di Giovanni Omiccioli e con il sodalizio che con lui Ferrero stabilisce—attraverso il quale, senza mai  rinnegare quella strutturalità di lontana radice Cézanniana, e la severa solennità che ne deriva, egli tuttavia introduce un nuovo palpito; qualcosa che viene da un più direttamente trepido accostarsi a un mondo di periferia desolata, di luoghi dai quali è assente la nobiltà della storia. Penso a opere come Roma, Ponte sull’Aniene e Tarquinia, Spiaggia e capanni, ambedue nel 1946; oppure come Nettuno, il circo, del 1949.

Ecco, anche questo passaggio, successivamente, nelle opere degli anni Sessanta e Settanta, egli riassorbe entro l’unità stilistica che egli elabora, e dentro la quale tutta intera la sua storia di pittore appare leggibile: ciò che egli deve alla formazione prima in Torino, ciò che egli deve all’ambiente artistico romano, e infine, ciò che egli deve a se stesso, alla capacità che ha avuto di costruirsi con estrosa tenacia il proprio mondo di poesia e di forma. E mi basterà da questo punto di vista indicare un opera come Piazza Carlo Felice, del 1973, dove questa sua storia – negli apporti delle diverse fasi e nella sintesi che egli ne fa — appare in tutta chiarezza.   E sarebbe già stata una bella avventura, quella di Pier Demetrio Ferrero, se anche dopo la pienezza dei lavori degli anni Settanta il suo lavoro fosse proseguito lungo i binari ormai sicuri.

Ma così non è stato. E, sull’inizio degli anni Ottanta, in viaggio ilare, instancabile ed energico Ferrero  affronta, con lieta sorpresa dei suoi amici e di coloro che ora entreranno in contatto con la pittura sua, l’avvio di una nuova fase.  Una pittura nuova, certo fondata su tutto intero il precedente percorso, ma nuova per strane fluenze tra stupefatte, desideranti e lievemente oniriche.  L’iconografia si fa ancora più semplice, se possibile.  Si vedano qui le tre nature in chiusura di volume, dipinte tra il 1983 e il 1984; una spazialità nuova vi brucia gli  ultimi residui di un ordinamento  “classico” delle masse; tutto accade come su un piano tendenzialmente bi- dimensionale che non ha distanze misurabili secondo la “piramide dall’occhio intercisa”: un piano che sembra, esso, partorire le cose che compaiono alla visione del riguardante, e che si muove e si articola più secondo la logica della “apparizione” di un mondo che non secondo la logica d’una sua “rafficurazione”.

Vi par poco? A me no. Davvero, dal corrusco autoritratto del 1930 a queste nature morte senza freni inibitori, senza regole che non siano quella d’un viaggio dell’artista dentro il tempo-spazio delle cose nascono o emergano per la semplice ragione ch’egli le chiama sulla tela, davvero Ferrero ha fatto lungo e buon cammino, e perché i sui lavori sono ancora in corso, tuttora va avanti il suo viaggio.