(da “sentinella d’Italia” del 24/08/1940)
E’ in questa armonia del paesaggio visibile con gli stati arcani della coscienza, che vanno guardati i quadri di P.DF. Egli è artista delle solitudini spianate pressochè uniformi, interrotte da qualche albero scheletrico.
Il Ferrero sa fare il deserto e creare le impressioni tristi anche dove, come nelle città, si dovrebbe vedere gente. Contemplando lo sfondo dei portici vecchi di Cuneo ci prende un senso arcano di tristezza, e ci domandiamo per quale vicenda cotesta città si mostri abbandonata e fatta spoglia di abitanti.
Anche quando il paesaggio muta di stagione, il tappeto delle erbe è colorato di un verde stanco.
La stessa nota di indefinita tristezza spazia nelle scene di mare….un vuoto si sente dintorno a noi contemplando; è il solitario pittore che cerca la solitudine dappertutto, e lo fa sentire sotto la maestria del suo pennello.
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(da una lettera del 07/11/48)
Caro Piero, si è fatto ogni sforzo per averti sempre con noi. Le tue occupazioni te lo hanno impedito e troppo spesso abbiamo dovuto rinunciare al tuo consiglio, alla tua partecipazione e dovevamo anche avere il massimo riguardo a non venirti a disturbare in banca, pur avendo bisogno di comunicare con te.
Non
puoi contestare in alcun modo la buona fede di ognuno di noi nei tuoi riguardi.
Di questo ne do piena garanzia, certissimo. E non puoi contestare un sentimento
di particolare riconoscimento, da parte nostra, oltre le apparenze; anche di
questo ne sono certissimo; come all’uomo di nostra estrema fiducia, una specie
di salvaguardia. Ecco perché mi rivolgo a te poeta, a te uomo di pensiero che
ha, certo, come tale, la capacità di superare i fatti contingenti; di
rinunciare a tutti i personalismi, alle piccole ambizioni, alle piccole vanità
che l’umana povertà tende continuamente ad insinuare nelle nostre azioni,
nella nostra fede, nelle nostre idealità.
Ma
il categorico è uno solo: restare fermi al proprio posto, per difendere e
sostenere l’idea, tutto il resto è inutile. Bisogna operare. Bisogna dare!
Dare come danno i poeti senza attendere corrispettivi di alcun genere. Ora, è
certo che di più ha dato, più deve dare. Tutti ti riconoscono come un pilone
fondamentale della nostra Istituzione, e questo molto sinceramente e
cordialmente e tanto più sei impegnato a dare.
A
dare cosa? Non parlo certo, di un obbligo qualsiasi di occupazioni materiali; ma
parlo della vivacità della tua adesione spirituale, della capacità e necessità
del tuo consiglio, dell’estensione del tuo entusiasmo da comunicare agli
altri.
Ti
abbraccio a cuore sereno, tuo Roberto
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(lettera
da Scilla del 24/06/1949)
Carissimo
Ferrero
Scusami se ti disturbo. Forse sei appena tornato dalla villeggiatura. Io ci sono in pieno. Qua a Scilla di fronte allo stretto, a riprendere contatto con il mare di Omero che ha il colore del vino. Mi riposo, ma dipingo e disegno anche per parecchie ore al giorno. Penso che anche tu hai lavorato, e spero vedere presto quel che hai fatto.
Tuo Renato
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(da “Canto Largo” libro primo; settembre
1972)
« Pier Demetrio Ferrero»
Hai
un tempo tutto tuo
Seminato
d’alba e gentilezza
Che
diffonde fuoco nella tua pittura.
Conosco
la tua casa sempre desta
Nell’invenzione
nuova di pareti,
Uno
spazio organico che crea
Respiri
lunghi al margine di foglie
Ove
crescono gli altari
D’un
colore umano senza smanie.
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(presentazione
alla mostra "Il Camino" Roma, 1953)
….Ogni
pittore ha una concezione strana sull’indirizzo stesso della propria pittura:
a poco a poco, ovvero, riesce a sistemarsi idealmente in alcune correnti
specifiche del passato, supposte, dell’avvenire.
Se
è pittore mediocre, una tale intima decisione lo porta ad uno stato di felicità
personale.
Qualora
si tratti invece di pittori di altra marca o stile, allora mi sembra giusto
intervenire, come tante volte altre ho fatto per giocare tutto per tutto,
riuscire insomma da par mio a dividere in due l’arte dello stesso pittore
preso ad esempio: come dire, da una parte il movimento che il pittore cerca di
interpretare, dall’altra,
quello
che il pittore riesce a realizzare, in originalità soprattutto, fra tutti gli
altri pittori del passato, nella pienezza artistica nazionale non soltanto ma
internazionale addirittura.
…. Ora se c’è in pittore, il quale, lavorando da trent’anni circa
abbia saputo pensare una pittura, studiarla infinitamente, producendo di volta
in volta nella selezione dei motivi principali che egli cerca di addebitare ad
una corrente comunque, ma che invece realizza col proprio temperamento, e
passione e carattere ed indole in modo tutto diverso dalla corrente immaginata,
questi è proprio Pier Demetrio Ferrero.
….Abbiamo
scritto lungamente di lui: tipo complesso, studioso di filosofia e poesia, egli,
da tanti anni, passa da un lavoro quotidiano di economia ad un lavoro che egli
porta a termine nei periodi delle cosiddette vacanze umane. Tutto lavoro è
dunque in lui, dalla mattina alla sera: l’aria, la luce, il campo e il cielo,
il fiume e il mare, nei periodi che per gli altri sono di riposo, per lui
continuano in una fatica eccezionale in modo da portarsi a termine nelle leggi
della propria ispirazione. La sua
vita sempre lineare è stata e sempre sarà: ma il dramma vive sempre in lui
stesso, dentro la sua stessa persona e quando vuole gettarlo fuori, o gettarsi
fuori, finalmente, allora attraverso i colori, dice qualcosa di stesso agi
altri, sulla tela bianca di un quadro.
…..Sì potrebbe dire, per dar ragione a nessuno, che l’esempio di Van
Gogh gli abbia giovato nei confini del colore stesso, nei mondi delle forme, nei
soli presi con furia patentata, e spesso, disperata verso una conclusione che
non potrà mancare domani.
…..Quello
che più conta in Ferrero combattutissimo dentro se stesso, è il carattere del
quadro, il contenuto di una tregenda, la sostanza magari nuova di una visione
che parta da una casa o da un fiume, sicchè quella casa e quel dato fiume
facciano parte della nazione di un Ferrero, di un nuovo Stato sociale del colore
( sociale, non romanzato, come molti potrebbero credere), l’impegno e la
stagione, il risultato espressivo, il dono nuovo fatto agli altri,
l’introspezione antichissima e moderna tra una campagna e l’anima umana, tra
un occhio d’uomo e quello del cielo.
…..Sulle
strade maestre, una pittura, partita da un colloquio fra natura e noi, si è
riversata in un dialogo di colore diffuso tra noi e la natura, nella visione
sempre presente di un Dio che contiene in se stesso la nostra
guerra e la nostra pace e promette Lui stesso, al quadro di Ferrero, il
segno di una propria pace.
(Da:
"senza confine la terra di Ferrero" su "Il momento"del
22/05/52)
Ci
verrebbe alla bocca una frase che forse gli farebbe piacere: bravo, bravissimo
pittore. Punto e basta? Ma non andiamo dal vero quando, contemplando i suoi
quadri, scorgiamo, tra una pennellata e l’altra distesa e amalgamata, spiragli
di valore, barlumi di luci enormi, stesure addirittura, ma rattenute più
spesso, anche se magustrali, di plaghe assorte nella sera incantata e sublime.
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(Da Radio
"Roma Uno" del 04/05/1953 )
La
mostra di Pier Demetrio Ferrero alla
galleria del Cimino ci presenta lo sviluppo dello stile di questo pittore
nato a Torino, ma conosciuto per la sua partecipazione ad esposizioni
nazionali e internazionali: la sua è un’arte aspira subito a chiarificarsi ed
esprimersi con mezzi posseduti. Infatti si riconoscono le sue tele di paesaggio,
dalla caratteristica schematizzazione delle zone di colore direttamente
stimolate dal vero.
Eppure,
per quanto si riconosca nel suo fare "moderno" così tagliente e
nitido una indiscutibile eleganza e abilità, una più delicata poesia sembra
nascere nascere da quadri meno calcolati come il bel “Ponte sull’Aniene” di qualche anno fa".
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( Da
"Il momento" di Roma il
04/05/1953 )
Sicuro,
coraggioso nell’affrontare temi pittorici tutt’altro che scontati, P.D.
Ferrero, in una interessantissima esposizione di pittura che si tiene
attualmente al " Camino ", ci dà la misura esatta—cioè
infinita –delle possibilità di
una pittura modernamente intesa dell’arte moderna, con parole "nuove" ma senza nuovismi, con la propria carica emotiva, frutto
di una drammatica interiore, senza mai perdere di mira la migliore tradizione
pittorica italiana.
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(dalla rivista “ Famija Piemonteisa “ Roma giugno 1953)
Il 2 maggio, con notevole concorso di autorità e di pubblico, si è inaugurata in Roma alla " Galleria del Camino " la mostra personale del nostro consocio Pier Demetrio Ferrero.
Esigenze di
raggruppamento delle opere hanno riferito le stesse all’ultimo periodo, quello
“romano”, e però nella sua presentazione Marcello Gallian ha ben posto in
evidenza quali sono le origini , vorremmo dire chiaramente torinesi, di questa
pittura.
Critica e stampa
con precisi giudizi hanno posto in rilievo il dinamismo della ricerca con il
quale Ferrero si propone di attestare una continuità tra le espressioni
tradizionali del nostro grande ottocento piemontese, e le manifestazioni di una
pittura dichiaratamente inquadrata nel nostro tempo.
Cultori d’arte o
lo stesso pubblico semplicemente amante del bello, hanno intravisto nelle opere
esposte come " la pittura del Ferrero possa costituire un punto di
riferimento tra tanta regnante confusione ".
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(da “Ij Brande “ Torino 15/05/1953)
"
Un pittore
Piemontese a Roma "
Che
un pittore, anche
di valore, sia poco conosciuto non ha nulla di straordinario. E’ una questione
solo di propaganda. Invece che un pittore torinese sia poco conosciuto a Torino
, nulla di più regolare.
L’arte non è
merce corrente, almeno quella vera. Però quando l’occasione si presenta
d’incontrare un’artista che vale, non bisogna lasciarla perdere. E questo è
il caso di P.D.F. , pittore piemontese che vive a Roma e in questi giorni
presenta una importante mostra personale
Ferrero è ben
conosciuto nella vita artistica nazionale. Dal 1932 ha esposto molte volte alla
Promotrice Torinese e Agli Amici dell’Arte di Torino, alla Quadriennale
romana, e mostre nazionali e internazionali. Ma non è un mestierante che vada
in cerca di riconoscimenti accademici sia tradizionalisti, sia d’avanguardia.
Fu allievo dei
piemontesi Menney e Alloati. Ma ha sempre dipinto essenzialmente per se stesso,
cercando nell’arte quella consolazione che altri cercano nella poesia. Per
questo la sua pittura è così sincera e personale, pur se colma di assonanze
lontane, di motivi e di maniere che non devono mancare in una civiltà così
tormentata e complicata come la nostra.
Il successo
dell’esposizione romana è più che meritato è speriamo che presto la sua
pittura possa essere ripresentata in questa nostra Torino, città che è anche
sua.
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(da lettera del 06/2/1954)
Egregio amico.
La ringrazio vivamente per l’aiuto al caro pittore….. e la prego di ringraziare anche l’amico Melli.
Scriverò, come lei mi suggerisce al Dr. Pinci descrivendo il caso del mio ex assistente all’Accademia Albertina. La saluto cordialmente sperando di veder presto i suoi quadri alla "Promotrice"
Suo
Felice Casorati
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(da una lettera, da Roma dell’11/01/1958)
Mio carissimo Pier
Demetrio, non badare al ritardo, gli auguri arrivano sempre propizi e io te ne
faccio tanti, di buon lavoro e di buon raccolto.
A te penso spesso,
ma come a uno sputnik rotante nelle stratosfere bancarie, luna sospesa sulle
nostre vane fatiche tese a un risanamento del bilancio. Fossi il Leopardi, ti
invocherei ma, dato quel che io sono, non posso che imprecare contro i fantasmi
di quelle bottiglie, che, dal tempo di Morandi al tuo, si fanno sempre più
metafisiche, vacue, prive di contenuto.
Un forte abbraccio
dal tuo Corrado.
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(Da
"Rassegna arti di Roma" Novembre 1956)
"L’energia
che dimostra P.D.F. che, come ricordiamo chiuso in una problematica neo cubista
troppo compunta,è notevole per la soavità e insieme la precisione del timbro
di una tavolozza accesa"
(Da una lettera datata Roma, 18/06/1979 )
Caro Pier Demetrio, la gioia che mi ha dato davanti alla scelta della tua pittura è stata quasi una sorpresa: e non perché ti conoscessi poco come pittore di tappa in tappa, ma perché l’immagine di te complessiva non poteva essere toccata con mano che in un’ampia antologia , come è questa tua della s. Marco: sensibilità, intelligenza, gusto sottile delle comuni problematiche artistiche nel quadro della "scuola romana" sono tue doti persistenti e armonizzate.
( Da una lettera datata Roma, 27/07/1979 )
Carissimo Pier Demetrio, convengo che l’amicizia è tra le cose meravigliose del mondo ed aggiungo che non ho fatto alcuno sforzo a mantenerla nei decenni con te, in quanto il nostro rapporto è stato prima di tutto, anche se non esclusivamente, un dialogo tra critico e artista.
Tu hai dipinto bene, io ho detto, con attenzione e rispetto. Nella mostra alla S. Marco c’eri tutto, e quindi mi è stato ancora più semplice manifestarti ancora una volta e globalmente, la mia stima e amicizia. Sarò curioso di vedere le tue opere ultimissime. Posso anticiparti fin d’ora un mio convincimento: che la tua figurazione comporta la accettazione del sensibile e del riconoscibile, e che hai dato prova, in tutti questi anni, di coerenza e pertinenza a un certo gusto e a certi temi.
Non vedo perché e come dovresti " torturarti " per gli sviluppi delle tue problematiche: queste hanno bisogno di entusiasmo, salute, di tempo solare oltre che morale, di tranquillità.
Non sei certo un " pittore di rottura ", se e vuoi essere un buon pittore, magari ottimo con i mezzi di un arte illuminata con una tavolozza intonatissima.
E tu sai come e cosa devi fare contro quelli che parlano di “morte della pittura “ : dipingere.
Grazie e un abbraccio, Marcello
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(Roma 07/11/1958)
…." Pier
Demetrio Ferrero, che ha perso lo schematismo cubista (adoperato un tempo quasi
a scopo terapeutico) si è arricchito negli schemi neo-impressionistici , da
una parte, e in quelli dell’ultimo Mafai, più acceso nella tavolozza"
(dall’articolo
“Gli artisti di Paese Sera”)
"……..
Pier Demetrio Ferrero è apprezzato soprattutto per la qualità del lirismo che
esprime, con amore costante, sul paesaggio ove si intrecciano vena romantica e
tensione costruttiva strutturale.
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(da lettera del natale 1963)
"Sono
sopraffatta dal lavoro, assediata dalla vita. Voi siete stati i miei primi
estimatori, i primi amici importanti. Voi, Gagli, Levi, e pochissimi altri che
mi hanno aiutata a diventare una giornalista".
(Da " Paese Sera ", del 04/07/1979)
Dopo alcuni anni di calcolata assenza dalle gallerie d’arte italiane, P.D. Ferrero torna ad esporre a Roma (alla San Marco in via del babbuino 61 ) presentando in una stretta scelta antologica l’iter della sua avventura. Di questa pittura che poggia spesso (esempio: acceso mazzo di rose, ed è una bella prova di stile personale) sul rigore geometrico del disegno, riscatta la possibile accusa di rigidità formale di alcuni quadri il totale trionfo di un colore raffinato, la scelta sapiente dei rapporti cromatici, il delicato digradare di tutti i turchini.
Viaggiatore instancabile, Ferrero presenta in questa mediata esposizione, attraverso i dipinti di paesaggio, un vero e proprio racconto, molto suggestivo, dei luoghi (città, porti, isole, approdi marini soprattutto) con una rara vocazione a rendere di rendere di ogni cosa il suo bello. Non a caso, nella giornata inaugurale, Umberto Terracini si è soffermato a lungo, ammirato e perplesso, nell’osservazione del paesaggio di Ponza, l’isola dove l’illustre parlamentare, durante il carcere fascista, soffrì il domicilio coatto.
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(da lettera
del 23/03/1964)
Caro,
carissimo Pier Demetrio.
Il
tuo “Sette e altre foglie rosse”,
a pag. 63, se tu me lo permettessi lo modificherei così:
“Chiudeva
la corporazione dei pittori un tale che avrebbe voluto e potuto essere qualunque
cosa". Un tale che di talenti ne aveva ventuno, la dove ce ne vogliono
venti. Ma che ha finito per coartare la sua volontà facendola vigilare da una
troppo rigorosa coscienza.
Un
tale che davanti a sé ha sempre guardato dritto e in alto, senza accorgersi che
il suo sguardo ben pochi altri ne incrociava e che , perché ciò accadesse,
avrebbe dovuto abbassare lo sguardo alla terra. Che ha rinunciato a tante cose,
ma che, quando tirerà le somme, vedrà compiuto uno splendido rabesco dove
tutto, Dioniso, Sant’Agostino ,Casanova e San Luigi, Cagliostro e San
Francesco, fili cupi d’ombre e vividi di luce, si comporranno nell’opera
perfetta d’una vita splendidamente vissuta. Opera tra le opere, perché
compiuta per esso solo, per esso solo esistente.
Divina
e demoniaca opera, più cara e più segreta della più segreta, e più divina e
perversa amante. Esemplare splendido. Questo scriverei io, se la mia penna
scrivesse prosa fluida come la tua. E grazie d’avermi ricordato nei tuoi "Ritratti" che
confermano quello che di te avevano nel cuore i tuoi amici d’un tempo lontano,
e felice, e di sempre. D’oggi come di ieri, in comunione spirituale sempre,
ora lo vedo, anche se mancava il dialogo. E credo opportuno, per te mio
carissimo amico e ritrovato amico, stralciare dalle mie “mie carte inutili”
(segrete a tutti, tanto inutili e gelosamente private sono) un brano, che
consegno a te, perché anche a te credo, come a me, s’addice.
Ti abbraccio, tuo Pippo
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(
presentazione alla mostra tenuta alla Galleria S. Marco nel 1979)
P.D. Ferrero è piuttosto esuberante quando parla con gli amici. Invece muto se presenta loro i suoi quadri. E’ una forma di discrezione che gli deriva anche da certe sue illustri letture morali delle quali infatti discorre solo all’ombra della notte. Il suo silenzio esprime un dubbio, lo stesso per cui dipinge e ridipinge centinaia e centinaia di quadri che sembrano sempre gli stessi e non lo sono, perché ogni volta li anima di un indefinibile tono veritiero sempre di più.
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(Da " Il Tempo", Roma 06/07/1979 )
Dalle prime mostre torinesi del 33—34 fino alle Quadriennali romane, alle rassegne sindacali e così via fino agli anni recenti, Demetrio Ferrero ha svolto il suo lavoro seguendo una personale linea di pittura con interessi rivolti particolarmente verso il paesaggio e con l’esperienza tecnica derivata dallo studio tonale, dalle composizioni più ardite e dalle ricerche di una luminosità caratterizzante l’ambientazione delle sue opere.
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(Da "appunti", del 24/09/1981 sulla mostra di Ferrero al S. Marco)
Siamo negli anni 1930-1940. Il paesaggio non è più visto né da un realista né da un romantico ma da un pittore moderno che ha assorbito il senso di una " nuova realtà ", una fisicità vista da un umanista, mai esibita. Non si vedono figure umane in questo paesaggio di realtà e memoria insieme, ma la vita pulsa; un orologio lontano scandisce le ore; velari invisibili filtrano la luce.
La cultura pittorica è pimontese di provenienza (Reycend e Fontanesi ) ma tutto assimilato in un linguaggio proprio, moderno e pulito.
L’incontro di Mafai e di Melli incidono – come più tardi il cubismo—e influiscono nella visione, a volte nella forma, ma non ne alterano il carattere, i sentimenti, che sono quelli di un pittore che si trova oggi, negli anni ottanta anche se un po’ stupito e spaesato, ancora nella fossa dei leoni.
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(Presentazione della " Mostra " alla famija Piemonteisa )
Caro Pier Demetrio,
quel piacere di pittura, che non è soltanto una scomposta manualità, un figurare sommario e sbrigativamente grottesco come credono oggi certi giovanotti improvvisati nuovi pittori, sospinti da trovate critiche non meno improvvisate, quel piacere di pittura, voglio dire, che invece è godimento, libidine se vuoi, del concepire e realizzare in concreto la costruzione di un’immagine su presupposti di consapevolezza strutturale e su distensioni e riconferme cromatiche appassionate, insomma quel piacere antico e moderno della pittura, del dipingere come esercizio di controllo e autocontrollo mentale, di distensione affettiva, e di sollecitazione e pienezza immaginativa e del fare, anche certo manuale , credo che giustifichi fin dall’inizio la tua volontà di pittore, il tuo pensare e comunicare sensitivamente ed emotivamente come pittore.
Fin dall’inizio degli anni Trenta, ai quali questa mostra rimonta, seguendo gli sviluppi del tuo lavoro, dall’approccio naturalistico, liricamente fondato, a quella sorta di “crisi” neocubista che si registra, nella tua visione pittorica, all’inizio degli anni Cinquanta, al pieno ritorno di lirismo naturalistico nel corso degli stessi anni Cinquanta , e sino a oggi.
Hai dipinto, sempre, e del resto tuttora dipingi, per un tuo piacere anzitutto, per una necessità di esistenza, direi, per una vocazione non reprimibile, ma alla quale anzi giustamente ti sei abbandonato, dando nel tempo sostanza culturale quell’attrazione. Attento in particolare (ma non soltanto), a Roma, negli anni Trenta, al colorismo acceso e determinante, ma costruito, si Melli (un’idea del colore che cantasse senza sfaldare la forma, ma anzi appunto costruendola plasticamente).
Partecipe tu di una cultura, di un clima, realizzato da amici ormai capitali e, come si dice "storici", da Gagli , a Mafai, a Guttuso. Testimone anche del crescere di una città, la tua città d’adozione, Roma alla vigilia della smisurata edilizia avviata fra gli anni Quaranta e Cinquanta. Che non è l’ultimo fascino, per me, di certi tuoi dipinti "romani", in particolare degli anni Quaranta.
Ma attento tu anche, intensamente , al paesaggio piemontese, riscoperto e rianimato dagli stessi anni Trenta, ad ogni ritorno. Con una partecipazione sensibile e affettuosa ai luoghi quanto alle stagioni: i fiumi, il Po, come il Sangone; le campagne di Saluzzo, di Dronero, di Garessio, di Trana; le nebbie di Viù; le case e le strade di Saluzzo, di Dronero, e si suoi ponti, ma anche della stessa Torino….
Anche, e direi anzi soprattutto il paesaggio piemontese, per te, un luogo di solitudine, di pura contemplazione della natura.
Proprio al paesaggio piemontese dedichi questa mostra. E c’è qui modo di apprezzare ulteriormente la qualità del tuo lirismo espresso soprattutto, come un amore costante, appunto al paesaggio, ove s’intreccia quella che chiamo la tua vena romantica, a una tensione costruttiva strutturale. In fondo lo sforzo ricorrente in queste tue tele mi sembra proprio quello di dare struttura alla qualità lirica del rapporto emotivo—percettivo , naturale o urbano, trova la tua motivazione più schietta, in un dialogo immaginativo, in uno scavo dell’immagine ( i tuoi ritorni non solo sul medesimo tema, ma sul medesimo taglio), che è per te poi soprattutto uno scavo, un ascolto interiore.
Queste le qualità che mi sembra di poter percepire nelle tue tele sia di anni lontani, sia ancora di anni recenti, e che testimoniano un clima che può apparirci alle spalle ormai di tante nostre esperienze, diversissime, giustamente differenti, ma che non ci autorizzano di cancellare, e neppure di dimenticare quelle motivazioni così esistenzialmente fondate, su quel clima che fa parte della nostra storia, della tua, ma in fondo anche, di riflesso almeno, della mia giovinezza. Tutto questo, caro amico, mi sollecita la raccolta di tue tele piemontesi ora presenti
Un abbraccio, tuo Enrico Crispolti
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(Da lettera del 30/09/1985)
"Caro Piero,
……altri dichiarano: “L’arte è finita. Lo spirito creativo è stato ucciso dal mondo tecnologico, il consumismo ha soppiantato l’immaginazione. L’artista non ha più modelli ispirativi e spesso nasconde le sue incapacità nel rappresentare delle cose, inventando nuove e oscure forme espressive, inadeguate a stimolare la fantasia e smuovere i sentimenti”.
A questi replico: E’ vero, si attraversa una crisi. Ma io conosco un pittore capace di catturare nella tela l’attimo fuggente di un tramonto, di rapire lo spirito e portarlo tra le valli nebbiose del Piemonte. E davanti alle tele di questo artista sento il freddo inverno torinese e il caldo meriggio di un estate paesana".
….Egli ha saputo varcare le frontiere del dato sensibile spaziando nel mondo magico dell’arte. Ha rapito dal transeunte le immagini più belle e vibranti, eternandole nella tela.
….L’arte non è morta, ed io lo posso testimoniare!"
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(Da “Scritto sulla pittura” del 20/12/1983)
L’arte come generazione della più alta e nobile spiritualità è viva espressione della concretezza e della trascendenza. P.D. Ferrero si muove, con sicurezza e slancio nell’ordine della realtà metafisica.
I suoi paesaggi son colti nelle loro stagioni, nelle loro giornate, nelle ore, diverse le une dalle altre, ciascuna con volto proprio e con colorazioni e trasparenze che mutano sotto l’ala del sole al soffio del vento, all’aurora che l’imbianca, al meriggio che l’indora al tramonto roseo e malinconico.
Il paesaggio per il Ferrero non è una pergamena fredda e statica ma dinamismo intrinseco esplodente in efflorescenza e in masse nuvolose; è regolato capriccio della natura nell’adempimento di essenziali e benefici doveri.
Vivere in questa stupenda meraviglia del creato è sorgente inesauribile di felicità che Ferrero gode e mirabilmente trasmette attraverso le sue opere, vestite di verde, di rosa, di blu, di luce; creature esaltate e sublimate; avvicinate in un unico cantico " all’altissimo onnipotente buon Sgnore"
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